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FA5 - Comunicato stampa .............. FA5 - COMUNITÀ-ARCHITETTURA - Conferenza stampa di apertura ........... * Il Festival dell\'Architettura segnalato da Skira Yearbook of World Architecture 2007-08
20/07/2024
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LETTURE

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- E. Zola, Il ventre di Parigi, Milano, BUR 1994
- W. Benjamin, Infanzia berlinese, Torino, Einaudi (1950)
- Don De Lillo, Mao II, Torino, Einaudi 2003 (1991)
- P. Auster, Trilogia di New York, Torino, Einaudi 1996
- J. Saramago, Cecità, Torino, Einaudi 1996
- Don De Lillo, Underworld, Torino, Einaudi 1999
- O. Sacks, Zio Tungsteno, Milano, Adelphi 2002
 
 
 
E. Zola, Il ventre di Parigi, Milano, BUR 1994:
“Il quadrante luminoso di Saint- Eustache intanto impallidiva, agonizzava, simile a un lumicino notturno sorpreso dalle luci del mattino. I lampioni dei vinai, in fondo alle strade vicine, si andavano spegnendo uno a uno, come stelle che svanissero alla luce. E Florent guardava le grandi Halles uscire dalle tenebre, emergere dal sogno in cui gli erano comparse, stendendo all’infinito i loro palazzi traforati. Si solidificavano, dipingendosi d’un grigio verdastro, ancora più gigantesche, con l’alberatura portentosa che sosteneva la coltre immensa delle tettoie. Moltiplicavano la loro massa geometrica; e quando all’interno tutte le luci furono spente, sommerse da quella del giorno, apparvero quadrate, uniformi come uno smisurato macchinario moderno, una sorta di marchingenio a vapore o di caldaia destinata a digerire un’intera popolazione; gigantesco ventre di metallo, di bulloni, chiodi, fatto di legno vetro e ghisa, d’una eleganza e d’una potenza di motore meccanico, mosso dal calore del combustibile, dal movimento e dalla furia impetuosa degli ingranaggi.”
 
W. Benjamin, Infanzia berlinese, Torino, Einaudi (1950):
“Porta di Halle. Qualche volta, nelle sere d’inverno, mia madre mi portava con sé per le compere. Era una Berlino buia e sconosciuta quella che mi si apriva davanti nel chiarore delle luci a gas. Restavamo nella zona del vecchio Westen, le cui strade erano più armoniose e discrete di quelle venute in auge più tardi. I fregi e i bovindi, che costituiscono l’unico ornamento di queste abitazioni, erano immersi nell’oscurità. Sulle facciate invece si poteva vedere qualche luce, che in modo tutto speciale si faceva strada attraverso le finestre. Fosse per le tende di mussola, per i drappi gialli o per le reticelle delle lampade a gas: poco questa luce tradiva delle stanze illuminate. Ardeva solo per se stessa e si deponeva, seducente e schiva, nelle finestre. Mi ammaliava e mi faceva pensoso. Quando poi tornavo a casa, sfogliavo l’album delle cartoline e cercavo fuori la ‘porta di Halle’. In azzurro chiaro si vedeva, su sfondo azzurro cupo, la piazza Bellealliance con le case che la incorniciavano; in primo piano le arcate; in cielo la luna piena. Ma alla luna e alle finestre mancava lo strato superiore della cartolina. Esse spiccavano opache sul sfondo, e io dovevo opporre la cartolina ala luce della lampada per sentirmi, nel lucore giallognolo che improvvisamente penetrava dal cielo notturno e dalle finestre, finalmente pacato e felice. Era l’alleanza che la luna e le case avevano stretto tra loro? Era la certezza che dietro le finestre nulla accadeva? Perché questa cartolina mi rendesse felice, non saprei dire."
 
Don De Lillo, Mao II, Torino, Einaudi 2003 (1991):
”[sullo schermo] Vede gente seduta con le mani tranquillamente intrecciate sulle ginocchia. In lontananza vede un ritratto di Mao Zedong. Arriva la pioggia. Marciano nella pioggia, un milione di cinesi. Poi c’è gente che guida biciclette oltrepassando veicoli carbonizzati … vede camion militari bruciacchiati con gente che li osserva attentamente, intimorita dalla vicinanza, e sullo sfondo lampioni stradali che si inarcano sopra gli alberi. … Nell’oscurità vede soldati che arrivano in strada di corsa. E’ ipnotizzata dalle file e file di truppe che arrivano di corsa e dalle armi antisommossa che portano. Poi la gente è dirottata nel buio, grande folle lacerate e spezzate, quel modo di ripiegare che ha la folla, lasciando uno spazio che sembra confuso. Fanno vedere alti ufficiali in abiti alla Mao. Poi i soldati che corrono per strada, entrando nella vasta area della piazza illuminata a giorno benché ormai sia notte […] Poi, nella piazza illuminata a giorno, il ritratto di Mao con degli schizzi di vernice sulla testa…”
 
P. Auster, Trilogia di New York, Torino, Einaudi 1996:
“notte e giorno non sono che termini relativi; non si riferiscono ad una condizione assoluta. Ad ogni dato momento sono possibili entrambi. L’unico motivo per cui non lo sappiamo è perché non possiamo essere in due posti nello stesso momento.”
 
J. Saramago, Cecità, Torino, Einaudi 1996:
“Il disco giallo si illuminò. Due delle automobili in testa accelerarono prima che apparisse il rosso. Nel segnale pedonale comparve la sagoma dell’omino verde. La gente in attesa cominciò ad attraversare la strada camminando sulle strisce bianche dipinte sul nero dell’asfalto, non c’è niente che assomigli meno a una zebra, eppure le chiamano così. Gli automobilisti, impazienti, con il piede sul pedale della frizione, tenevano le macchine in tensione, avanzando, indietreggiando, come cavalli nervosi che sentissero arrivare nell’aria la frustata. Ormai i pedoni sono passati, ma il segnale di via libera per le macchine tarderà ancora alcuni secondi, c’è chi dice che questo indugio, in apparenza tanto insignificante, se moltiplicato per le migliaia di semafori esistenti nella città e per i successivi cambiamenti dei tre colori di ciascuno, è una delle più significative cause degli ingorghi, o imbottigliamenti, se vogliamo usare il termine corrente, della circolazione automobilistica.” [Così inizia il racconto dove la città organizzata da un sistema di codici luminosi e colorati improvvisamente si trasforma in un orizzonte bianco latteo determinato da una improvvisa cecità.]
“A un cieco gli si dice, sei libero, gli si apre la porta che lo separava dal mondo, Vai, sei libero, gli ripetiamo, ma lui non va, se ne sta fermo lì in mezzo alla strada, lui e gli altri, sono spaventati, non sanno dove andare, è che non c’è paragone tra il vivere in un labirinto razionale, come lo è per definizione un manicomio, e l’avventurarsi, senza la guida di una mano né il guinzaglio di un cane, nel labirinto demenziale della città, dove la memoria non servirà a niente, poiché riuscirà solo a mostrare l’immagine dei luoghi e non le vie per arrivarci. Immobili davanti all’edificio che ormai brucia da un capo all’altro, i ciechi sentono sul viso le ondate di calore dell’incendio, le accolgono come qualcosa che in qualche modo li ripara, proprio come facevano prima le pareti, prigione e, insieme, sicurezza.”
 
Don De Lillo, Underworld, Torino, Einaudi 1999:
“Si accendono i riflettori e colgono Cotter di sorpresa, provocando un cambiamento nel suo umore, nella freschezza della sua scappatella, quel senso di leggerezza per avercela fatta senza essere acciuffato. La giornata adesso è diversa, greve e minacciosa, carica di pioggia, e Cotter guarda Mays che sembra rimpicciolito al centro del campo, in mezzo a tutto quello spazio, ridotto alla taglia di un bambino, e si chiede come faccia quel tipo a fare i lanci che fa, a caricare e lanciare, con tutta quella forza. Gli piace guardare il campo sotto i riflettori anche se è preoccupato per la pioggia, anche se è solo pomeriggio e l’effetto non è lo stesso di una partita notturna, quando il campo e i giocatori sembrano del tutto separati dalla notte che li circonda. E’ stato a una sola partita notturna in vita sua, è sceso per la collinetta dietro lo stadio con suo fratello, il maggiore, per immergersi in una ciotola di luce colorata. Allora gli era parso che ci fosse un’ignota energia che esplodeva dalle torri dei riflettori, un lavorio più intenso della terra, che isolava i giocatori e l’erba e le righe di gesso passate a rullo da qualsiasi cosa avesse mai visto e immaginato.”
 
O. Sacks, Zio Tungsteno, Milano, Adelphi 2002:
“Mi piaceva la luce, soprattutto quella delle candele : del sabato che mia madre accendeva il venerdì sera mormorando una preghiera. Quando erano accese, non avevo più il permesso di toccarle: erano sacre, mi dicevano, e sacra era la loro fiamma, certo non una cosa con cui giocherellare. Ero incantato dal piccolo cono di fuoco blu al centro della candela – perché era blu? In casa avevamo delle stufe a carbone e io spesso fissavo il cuore della fiamma, osservandola passare da un tenue bagliore rosso all’arancio e al giallo; poi ci soffiavo sopra con il mantice fino a farla splendere quasi al calor bianco. Mi chiedevo: se fosse diventata abbastanza calda, avrebbe brillato di blu, avrebbe raggiunto il calore blu? Il sole e le stelle bruciavano nello stesso modo? Perché non si spegnevano mai? Di che cosa erano fatti? […] Lo chiamavano zio Tungsteno da tempo immemorabile, perché fabbricava lampadine a incandescenza il cui sottile filamento era fatto di tungsteno. La sua azienda si chiamava Tungstalite; spesso lo andavo a trovare nel vecchio stabilimento di Farringdon e stavo a guardarlo mentre lavorava, con una camicia dal colletto a punte ripiegate e le maniche arrotolate. La polvere scura e pesante di tungsteno veniva pressata, martellata, sinterizzata al color rosso, e poi tirata in fili sempre più sottili dai quali ottenere i filamenti delle lampadine.”
 

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