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Oscar Niemeyer: architettura, città


Editoriale. Oscar Niemeyer: architettura, città
Il numero 25 di FAmagazine è dedicato alla figura di Oscar Niemeyer, l’architetto brasiliano scomparso lo scorso anno all’età di centocinque anni. Oscar Ribeiro de Almeida Niemeyer Soares Filho è nato a Rio de Janeiro nel 1905 e ha rappresentato, forse più di chiunque altro, l’emblema del Brasile nel mondo attraversando, in termini anagrafici, susseguirsi di epoche e momenti storici.
La figura di Niemeyer non è stata sempre appieno compresa in Europa: alterne vicende critiche ne hanno accompagnato la vicenda e la sua architettura è stata letta, secondo una grande approssimazione dal un lato a partire dalle forme, quasi fosse limitata all’elogio della curva e della sinuosità e, dall’altro, come mera “fioritura” o, nel peggiore dei casi, “perversione” localista dei dettati corbusieriani.
Insignito nel 1988 del prestigioso premio della Hyatt Foundation, il Pritzker Prize, Niemeyer, attraverso una copiose produzione di progetti e opere durata tre quarti di secolo ha contribuito a definire un vero modo di approcciare il tema della costruzione della città e, in termini concreti, dello allo spazio immediatamente prossimo all’architettura stessa, ossia il paesaggio del quale entra a far parte, costruendolo.
Il numero unisce sguardi eterogenei, nel tentativo di costruire un mosaico inedito sulla sua figura con l’ambizione di restituire suggestioni e letture legate alla sua figura da un lato e al rapporto che la sua architettura istaura con la città, prima ancora di entrare nel merito delle forme che la sostanziano.
L’articolo di Guilherme Wisnik ci introduce, in questo senso, al rapporto di Niemeyer col Brasile. Il suo sguardo “interno” è utile alla lettura della controversa figura dell’architetto carioca. Legato al potere e al popolo, icona nazionale e riferimento per l’architettura d’”immagine” anche in Europa, Niemeyer è senza dubbio l’architetto brasiliano che nella storia ha maggiormente travalicato i confini nazionali. Attraverso le parole di Wishnik possiamo seguire il cammino di Niemeyer, la sua storia di uomo e architetto, perché le due facce sono assolutamente inscindibili nel suo caso: politica e impegno civile diventano infatti in Niemeyer un tutt’uno con la sua esperienza di progettista e costruttore della nuova identità architettonica brasiliana.
La lettura di Giacomo Kihlgren entra nel merito di alcune modalità specifiche che Niemeyer adotta in vari suoi progetti, dalla casa das Canoas a São Conrado nei pressi di Rio de Janeiro al Teatro per il grande Parco Ibirapuera a San Paolo, dal Museo di Caracas a quello per Niteroi.
L’articolo di Martina Landsberger, attraverso il riferimento al più importante momento progettuale, la costruzione di Brasilia, affronta il tema della costruzione dello spazio pubblico della città attraverso l’architettura. Su un terreno quasi totalmente piano, come accade per esempio a Pisa nel Campo dei Miracoli, una serie di volumi, dalle forme ben riconoscibili, vengono appoggiati direttamente sul terreno. Il modo di entrare in relazione con il suolo e la relazione che instaurano far di loro, fa si che si renda riconoscibile la costruzione dello spazio intorno e che questo, nella sua “astrazione”, assuma una propria chiara e quasi primigenia connotazione.
Roberto Dulio e Marzia Marandola si occupano di analizzare con attenzione due diversi progetti, entrambi realizzati da Niemeyer in Italia, mettendo in luce la capacità dell’architetto brasiliano di declinare la sua ricerca in ambiti
Dulio, illustrando la vicenda del progetto di Segrate alle porte di Milano voluto da Giorgio Mondadori, uno dei più bei progetti di Niemeyer, va oltre l’edificio in se’, accennando alla genesi formale che, di fatto, ha traghettato oltreoceano un formalismo tutt’altro che retorico e ingenuo.
Marzia Marandola invece affronta un progetto meno noto, la sede della FATA di Pianezza, nei pressi di Torino. L’edificio può essere considerato una sorta di esercizio statico non usuale in grado di mostrare la possibilità dell’architettura di essere, come ama ripetere lo stesso Niemeyer, “varia, differente, imprevedibile”. In questo caso italiano è Riccardo Morandi il “regista tecnico” dell’operazione che, lavorando ai calcoli strutturali dell’edificio, rende possibile ciò che Niemeyer immagina. In questo caso specifico è interessante notare come il cemento armato, utilizzato come sempre dal maestro brasiliano alla stregua di un ingrediente plastico e plasmabile, porti l’architettura ad essere momento di dimostrazione della tecnica come possibilità collettiva del costruire.
Da ultimo il mio intervento prova a introdurre un ulteriore elemento, più specifico ed in una sorta di lettura interscalare: quello della costruzione della facciata intesa quale elemento di mediazione fra lo spazio privato dell’edificio e quello pubblico della città. Anche in questo caso attraverso alcuni progetti, realizzati in contesti fra loro assai diversi e quindi soggetti a problematiche con complessità differente ogni volta, si cerca di evidenziare come la costruzione della facciata in Niemeyer divenga motivo di costruzione di “scene” all’interno della città. Il progetto per il Copan di San Paolo rappresenta in questo senso il caso più emblematico: l’edificio, visibile da ogni punto, con la sua sinuosità e l’alternarsi dei pieni e vuoti in facciata costruisce uno spazio e soprattutto uno sfondo al disegno di quella parte di città.

Carlo Gandolfi
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