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Nicola Marzot

Dalla società dello spettacolo allo spettacolo della società

La rigenerazione urbana come pratica di rivendicazione del dismesso

Progetto di utilizzo temporaneo dei piazzali antistanti una serie di fabbricati industriali dismessi nell’ex scalo merci ferroviario Ravone a Bologna, per accogliere l’estensione del programmazione cinematografica comunale estiva  - ZOOM

Progetto di utilizzo temporaneo dei piazzali antistanti una serie di fabbricati industriali dismessi nell’ex scalo merci ferroviario Ravone a Bologna, per accogliere l’estensione del programmazione cinematografica comunale estiva


Abstract
La dismissione della città industriale, per sua stessa natura, ci restituisce una condizione di attesa “improduttiva”, rispetto alla quale si possono riconoscere tre differenti strategie. La prima, diffusasi in Europa a partire dalla seconda metà degli anni ’70, ha elegantemente rimosso questa presenza ingombrante, assimilandola a “lacuna”, da redimere invocando l’“autorità del passato”, nel segno di una continuità con i principi morfo-tipologici desumibili dal palinsesto urbano esistente, che ha nei fatti inaugurato la stagione del cosiddetto Neo-razionalismo. La seconda, che si consolida verso la metà degli anni ’90, con anticipazioni pioneristiche nel decennio precedente, coglie l’occasione del vuoto come opportunità da ricollocare nell’orizzonte di riferimento della globalizzazione, sradicandolo dalla dimensione locale a favore di processi di de-territorializzazione di cui non si dà possibilità di controllo. La terza, generata dalla crisi della finanza creativa, promotrice della fase precedente, impone una riflessione sul “paesaggio del dismesso” che, non essendo risolvibile nei termini pocanzi delineati, per lo stato di sofferenza in cui versano i tradizionali soggetti della trasformazione, apre ad una crisi senza precedenti della disciplina. Chi scrive ritiene che il prolungarsi della condizione di attesa, che oramai assume tratti “inquietanti”, possa diventare una occasione di profondo ripensamento del mestiere dell’architetto e della sua cultura, a condizione che si sappia guardare il reale per ciò che è, evitando tanto l’“incanto” per la ricomposizione dell’unità perduta quanto l’“autocompiacimento” per l’equivalenza delle soluzioni, generata dall’assenza temporanea di vincoli, che la crisi libera e comporta. 


Una premessa

La dismissione della città industriale, per sua stessa natura, ci restituisce una condizione di attesa “improduttiva”, il cui prolungarsi oltre i tempi dettati dalla fisiologia urbana, che richiedono un continuo adeguamento al processo di costruzione della realtà sociale, può determinare la crisi strutturale della città stessa. Se ciò è già accaduto nel passaggio dalla società artigianale a quella industriale, la transizione dalla cultura “materiale” a quella “immateriale”, propria dell’ingresso al post-industriale, si è rivelata particolarmente destabilizzante, tanto sul piano dei contenuti quanto su quello delle forme corrispondenti. Rispetto alle ricadute di tale fenomeno, si possono riconoscere tre differenti strategie. La prima, diffusasi in Europa a partire dalla seconda metà degli anni ’70, ha interpretato i “vuoti” generati dalla ricollocazione delle attività produttive in aree ritenute più strategiche agli obiettivi della “grande distribuzione”, e del suo mercato potenziale, rimuovendone la presenza ingombrante, connessa ad un “altrove” di cui non si sono volute analizzare responsabilmente i principi e le cause. Conseguentemente detti “vuoti” sono stati assimilati a semplice “lacuna”, da redimere invocando l’“autorità del passato”, nel segno di una continuità con i principi morfo-tipologici desumibili dal palinsesto urbano esistente, che ha nei fatti inaugurato la stagione del cosiddetto Neo-razionalismo. Questo atteggiamento ha presto rivelato il persistere di un “saper fare” sostanzialmente retorico, fondato su di un presunto senso di identità e di appartenenza, di cui si è pregiudizialmente ipotizzata la sopravvivenza nell’ordinamento urbano, senza che ne venisse messa in questione l’esistenza. 
   La seconda, che si consolida verso la metà degli anni ’90, con anticipazioni pioneristiche nel decennio precedente, che sono tutte contenute nelle premesse pratico-teoriche della cosiddetta Bigness (Koolhaas, 1995), coglie l’occasione del “vuoto” come opportunità da ricollocare nell’orizzonte di riferimento della globalizzazione, sradicandolo dalla dimensione locale a favore di processi di de-territorializzazione di cui non si dà possibilità di controllo. Questa fase si identifica compiutamente con la presa d’atto che, allargando il punto di osservazione sulle dinamiche in corso, la crisi della prima rivoluzione industriale ha liberato forze che eccedono la capacità tecnico-gestionale dell’amministrazione, fino a destabilizzare la stessa tenuta delle identità nazionali. 
   La terza fase, che stiamo oramai vivendo da almeno un decennio, quale esito della crisi perdurante della finanza creativa, promotrice della precedente ondata, impone una riflessione sul “paesaggio del dismesso” che non pare risolvibile nei termini pocanzi delineati, per lo stato di sofferenza in cui versano tanto i tradizionali soggetti della trasformazione quanto i relativi potenziali destinatari. Il patrimonio di edifici vacanti e di aree dismesse si è infatti oramai arricchito della presenza di immobili che, ben oltre la deficienza strutturale del mondo industriale, non trovano più una domanda organizzata, se non nei termini di una sporadicità congiunturale più legata, nella manifesta volatilità del mercato, al desiderio di emanciparsi dalla sua dimensione asfittica. Lo stallo conclamato del rapporto tra domanda e offerta del mercato ha due effetti immediati, che mettono in discussione i modi stessi della produzione capitalistica della città, e che vedono cultura d’impresa e cultura istituzionale, paradossalmente, “uniti e distinti” da quella cultura del Piano inaugurata trionfalisticamente dalla società borghese nella seconda metà del XIX secolo. Il mercato stesso, come ideale Mise-en-scène della cinghia di trasmissione della perversa alleanza tra capitale e burocrazia, non è più il palco sul quale si consuma lo stanco rito del reciproco riconoscimento, sempre a posteriori, tra l’oggetto/merce/casa e il soggetto/consumatore/comportamento (Debord, 1967). Il processo di accumulazione- di risorse, beni e servizi- che nel mercato si “devono” incontrare, pena la caduta a precipizio del relativo sistema di produzione, che ritrova nella città industriale la sua vetrina e nel “tempo dell’attesa” il suo inconsapevole prepararsi alla festa del banchetto annunciato, acquista sempre più i tratti imbarazzanti di un vuoto display, che non può trovare acquirente alcuno. L’aspetto sorprendentemente inedito del processo di accumulazione contemporaneo, non più creato ad arte dal sistema di produzione capitalistico, ma bensì generato dalla sua dissoluzione, è che esso non è più in grado di restituire alcun valore, nemmeno quello economico. Pertanto al Piano, che di quel sistema costituisce la cinghia di trasmissione, non pare necessario far altro se non rimuovere, almeno psicologicamente, la sua presenza ingombrante. Infatti, l’assordante silenzio del vuoto generato dalla crisi della finanza creativa determina soprattutto l’imbarazzo “bipartisan” di dover ammettere che il prolungarsi dell’attesa, tra il “non più” del mondo che ci siamo oramai lasciati alle spalle e il “non ancora” di quello che tarda a profilarsi all’orizzonte, attivi “sgraditi” processi di rivendicazione che, a loro volta, si facciano promotori di processi di rigenerazione che, nella società borghese occidentale, sono stati sempre messi al bando, in quanto forieri di un “pensare altrimenti” (Fusaro, 2017), in cui si ravvisa la condizione di pericolo per antonomasia. Al contrario, chi scrive ritiene che il prolungarsi della condizione di sospensione tra il "Più non son gli dèi fuggiti, e ancor non sono i venienti", parafrasando l’Holderlin tanto caro ad Heidegger (Heidegger, 1988), che oramai assume tratti “inquietanti” per i benpensanti, possa diventare una occasione di profondo ripensamento del mestiere dell’architetto e della sua cultura, a condizione che si sappia guardare il reale per ciò che è, evitando tanto l’“incanto” per la ricomposizione dell’unità perduta quanto l’“autocompiacimento” per l’equivalenza delle soluzioni, generata dall’assenza temporanea di vincoli, che la crisi comporta. 

Il caso di studio

Quale argomento a supporto delle considerazioni fatte in premessa si presenta il caso dell’ex scalo ferroviario Ravone a Bologna, dismesso da RFI nel 2010, in quanto non più strumentale alle proprie attività logistiche destinate al trasporto merci su ferro, e successivamente ceduto alla consociata FS Sistemi Urbani, con il compito di curarne il relativo processo di valorizzazione immobiliare. Attraverso la sua articolata disamina è infatti possibile riconoscere tutte le diverse fasi del progetto urbano summenzionate, reciprocamente accelerate dall’impetuoso incedere della crisi economico-finanziaria degli ultimi anni, valutandone gli effetti sulla prassi e la teoria disciplinare.
   A seguito di un concorso a inviti, assegnato nel 2010 a favore di un’ATI composta da Studio Perfrorma A+U, Nomisma Srl, Unipol Merchant Bank e Sudio legale Delli Santi&Partners, superata la fase di commissariamento del Comune e insediata la nuova Giunta, nel 2012 l’Amministrazione chiede alla committenza di redigere un nuovo Masterplan per l’intera area, che vada a sostituire un precedente Piano Particolareggiato, ritenuto non più adeguato ai nuovi obiettivi di Piano Strutturale. In tale prospettiva, l’Amministrazione richiede che la nuova proposta, mantenendo una destinazione ad usi misti, venga assimilata al disegno ed alla scala del contiguo quartiere Porto. Si tratta di un brano di tessuto urbano consolidato, il cui impianto risale al Piano del 1889, chiaramente impostato su principi di articolazione per maglie urbane regolari. Gli iniziali interventi del nascente IACP ricorrono ad isolati urbani perimetralmente chiusi ed allineati al fronte strada, e tali si mantengono durante il Ventennio. Nel secondo dopoguerra si assiste alla progressiva dissoluzione del modello della città borghese a favore di una matrice d’impianto razionalista, che introduce la discontinuità dei fronti urbani, con alternanza di edifici e ambiti pertinenziali, al fine di garantire l’isorientamento dei corpi di fabbrica.
   I progettisti dello Studio Performa A+U, prendendo atto dei vincoli imposti dal Comune, avviano una preliminare analisi critica dell’esistente, al fine di interpretarne il carattere, adattandolo ai mutati profili della domanda, che sembrano emergere dalle contestuali indagini di mercato sviluppate dai consulenti socio-economici. Assumendo quale principio fondante della nuova proposta i fattori ambientali acqua, aria, terra e sole, e le relative qualificazioni areali, essi pervengono ad una soluzione che, pur non sovvertendo l’iniziale condizionamento, ne modifica radicalmente l’orizzonte di senso. Infatti, attraverso un considerevole cambio di scala, il nuovo isolato urbano, a parità di densità edilizia rispetto al modello di riferimento, permette di modificare considerevolmente il rapporto tra spazi costruiti e inedificati, a favore dei secondi, consentendo di conciliare controllo degli spazi pubblici, ancora presente nella città borghese otto-novecentesca, e sfruttamento passivo dei fattori ambientali, filtrando criticamente le positività della città moderna. Ciò consente anche di riportare all’interno dell’isolato il verde pubblico, con dotazioni di elevata qualità per forma e dimensione, garantendone il presidio indiretto attraverso il controllo spontaneo dei frontisti, superando in tal modo quella divaricazione funzionalista tra soggetti competenti, che ancora promuove la cultura disarticolante dello zoning, a favore di una maggiore fruibilità e sicurezza complessiva delle aree, attraverso logiche di collaborazione inclusiva dei futuri abitanti.
Contestualmente, i progettisti ravvisano l’impossibilità di estendere tale principio organizzativo all’intera area da valorizzare, per tener conto di mutate condizioni al contorno rispetto a quelle originarie, quali la vicinanza con la Stazione ferroviaria Centrale e la presenza di una fermata d’importanza strategica del Sistema Ferroviario Metropolitano. Tali condizioni di accessibilità intermodale consentono infatti di prescindere dalla situazione locale, aprendosi a più ampie reti di relazioni che tali infrastrutture innervano e alimentano. L’elevata densità proposta, e la relativa congestione d’uso, vengono supportate dalla previsione di edifici ibridi aperti al territorio dell’Area Vasta, come per altro auspicato dalla nascente Città Metropolitana, la cui istituzione è prevista a partire dal 1° gennaio 2015.
   La perdurante crisi economico-finanziaria tuttavia non garantisce le condizioni di fattibilità della proposta nella sua interezza. Il 9 luglio del 2014 il Comune firma un protocollo d’intesa con i grandi portatori d’interesse nella trasformazione della città- Agenzia del Demanio, Ferrovie dello Stato, Cassa Depositi e Prestiti, Invimit- e preso atto delle mutate condizioni del mercato, avvia la redazione di un Piano Operativo Comunale espressamente dedicato ai Beni Pubblici, il primo del genere in Italia, del quale entra a fare parte la summenzionata proposta di Masterplan per l’ex scalo merci Ravone. Fin dall’inizio si rende necessaria una drastica riduzione delle previsioni quantitative, pari a circa due terzi, da attuarsi nel quinquennio di validità del POC, al fine di non pregiudicare ulteriormente un mercato già esangue e conservare il valore, oramai ridotto considerevolmente, del patrimonio esistente ma non utilizzato. Di concerto con i tecnici della Pubblica Amministrazione, si studia pertanto un processo che diluisca nel tempo l’immissione delle previsioni che il Masterplan contempla nella sua interezza, calmierandone in tal modo l’impatto stimato. Tale soluzione di compromesso consente unicamente di perseguire l’obiettivo di minima che gli stakeholder perseguono attraverso l’azione legittimante del Piano, ovvero la conservazione dei valori nominali iscritti a bilancio (che per quanto del tutto dissociati dalle dinamiche reali, giustificano il sostegno della leva finanziaria, in un gioco di reciproco riconoscimento del tutto autoreferenziale), ma trapela oramai la convinzione diffusa che non sussistano neppure le condizioni di minima per un intervento di valorizzazione nel rispetto delle regole ereditate dalle precedenti stagioni del progetto urbano. Con riferimento a tali circostanze va menzionato come, in tempi non sospetti, i progettisti avessero già proposto tanto all’Amministrazione quanto al committente, l’opportunità di sfruttare, nella fase di interregno tra l’oggi ed il momento in cui si sarebbe potuta eventualmente avviare l’auspicata fase di valorizzazione, gli immobili industriali dismessi, in quanto non più strumentali all’esercizio ferroviario, ancora insistenti sull’area, e i relativi piazzali di manovra, riconoscendone il buono stato manutentivo, l’elevata flessibilità e l’immediata disponibilità a fronte di modeste opere di miglioria, ampiamente compensate dalla contestuale messa in sicurezza del relativo valore intrinseco, così non ulteriormente pregiudicabile dal degrado a cui l’abbandono li avrebbe senza riserve condannati. Nella raggiunta consapevolezza della drammatica crisi economico-finanziaria, confermando come qualsiasi ipotesi di progetto urbano risulti, nel tempo presente, destinata al fallimento, traducendosi in un retorico esercizio di stile, la felice intuizione avuta si conferma l’unica strada percorribile sulla base di quanto ad oggi noto. Ciò consente di percepire il patrimonio edilizio esistente secondo modalità inedite, inserendolo all’interno di un orizzonte di senso nel quale esso non viene semplicemente a costituire una nuova “lacuna”, per sanare la quale si debba necessariamente attendere il ritorno delle condizioni di partenza (come molti ancora auspicano), ovvero un problema da risolvere con l’ausilio di strumenti e tecniche consolidate, ma giunge ad essere considerato per ciò che di fatto è, oltre ogni possibile determinazione di valore, oramai irreversibilmente venuto meno per effetto di una crisi, non di opportunità ma di principi ed aspettative. Si tratta pertanto di considerare tale “vuoto”, al pari degli altri disseminati nel tessuto urbano consolidato, come un reale “campo di indeterminazione ed indiscernibilità” all’interno del quale immaginare, senza riserve di sorta, un possibile progetto della città, agendo su tale deposito di stimoli e sollecitazioni come se si trattasse di una “seconda natura”. Tale, tuttavia, da non costituire una condanna, come surrettiziamente implicito nel concetto di classe creativa, per coloro che siano disposti ad accettarne la sfida, ma una concreta occasione di emancipazione attraverso la quale nuovi soggetti possano esperire pienamente la loro capacità e volontà di rivendicare un ruolo nella futura comunità locale, esprimendo la propria creatività oltre ogni forma di limitazione. Anche i grandi operatori dell’industria immobiliare hanno oramai compreso che l’architettura dell’effimero, nel suo carattere programmaticamente sperimentale, produce immediatamente valore, non solo economico, innescando il processo di rigenerazione della città secondo modalità impreviste dal Piano, capaci di creare soluzioni inedite. Non a caso, l’apertura del “cantiere Ravone” avverrà aprendo simbolicamente i suoi cancelli, che dal 2010 interdicono l’accesso all’area, rimasta letteralmente “sospesa” nell’attesa di una trasformazione inibita dalla crisi in corso, e presentandone il programma attraverso una performance ospitata all’interno dei contenitori esistenti. Tale scelta, non a caso, viene concepita quale inaugurazione ufficiale di una prassi coerente allo spirito del tempo, di cui il cantiere stesso aspira a diventare caso esemplare di livello perlomeno nazionale. 
Tutto ciò richiede, tuttavia, una rivoluzione nel nostro modo di pensare, e quindi “precedenti” che lo sappiano almeno evocare.

Attrezzarsi al tempo presente: la figura del bricoleur

Claude Lévi-Strauss, in uno studio di importanza capitale (Lévi-Strauss, 1962), destinato a segnare, più di ogni altro, la nascita dell’Antropologia Strutturale, ben oltre le aspettative dichiarate nella lezione inaugurale del relativo corso, tenuto all’École des hautes études (Lévi-Strauss, 1960), introduce la singolare figura del bricoleur. A dispetto della connotazione “disimpegnata” e “disincantata” del tempo libero, che il termine sembra in prima istanza evocare, l’autore ne propone la definizione per spiegare il funzionamento del cosiddetto “pensare selvaggio”. Con tale espressione non si intende, come viene precisato in premessa, il modo di pensare dei selvaggi intesi quali individui corrispondenti ad una tassonomica sociale-storica, ma il “pensare” prima della sua formalizzazione come categoria razionale, sulla base di principi e procedure normate da quella branca della Filosofia che si chiama Logica. In tale prospettiva emerge come gli esseri viventi, fin dagli albori della civiltà, abbiano selezionato direttamente dall’ambiente che li circondava ciò che intuivano poter essere funzionale alla necessità di sopravvivenza, esperita in condizioni di programmatica ostilità ed estraneità, verificandone euristicamente la possibile validità strumentale. Tale comportamento inconsapevole, inaugurando di fatto la pratica sperimentale, nel suo procedere “tentativo”, ovvero per prove ed errori, performa quel potere archetipico che si definisce “capacità di fare”, rispetto al quale ogni altra forma di potere si pone come derivata, venendone a costituire il fattore di legittimazione operante. Il ripetersi delle occasioni di successo tra comportamento e reazione ambientale non solo porta a tradurre quella capacità in una “abilità”, ovvero in un fare finalizzato, un “saper fare”, ma genera ancor più, secondo analoghe procedure tentative, attraverso la progressiva messa a fuoco del nesso, o legame costitutivo, tra azione e reazione, un altrettanto fondamentale “capacità di pensare”, fino al raggiungimento della stessa “capacità di dire”. Per queste ragioni si può affermare che il “pensare selvaggio” sia un “pensare concreto”. Alla figura del bricoleur Lévi-Strauss oppone quella dell’ingegnere, che al contrario fonda la propria “prassi” su di una forma di sapere che si può definire “pensare calcolante”, in quanto formulato sulla “capacità di anticipare” garantita dal metodo scientifico (la cui applicazione risulta oramai estesa a tutti i campi del sapere) e dal suo fondamento ipotetico, legittimato dal linguaggio della matematica (dal greco antico máth mata, col significato di “azioni anticipate”). Le due posizioni, così espresse, appaino pertanto del tutto inconciliabili. 
   Sulla base delle risultanze evidenziate, Claude Lévi-Strauss ebbe indubbiamente il merito di aver intuito che l’Antropologia, in quanto “discorso sull’uomo”, risultasse profondamente condizionata dal linguaggio, che di quel discorso costituisce il fattore legittimante, e che l’implicita razionalità di quest’ultimo rischiasse di pregiudicare la reale comprensione della vera natura dell’uomo stesso. In tale prospettiva, l’evidenza euristica del ruolo del bricoleur non viene semplicemente a costituire un contributo importante, oltre l’Antropologia, nella direzione di una compiuta delucidazione del concetto di “creatività”, la cui attualità è resa necessaria dall’abuso indiscriminato che si fa oggi del termine. Infatti, la sua scoperta riesce oltremodo a fare emergere criticamente l’aporia che soggiace allo statuto di ogni disciplina aspirante ad una presunta scientificità dei suoi protocolli e procedure. In altri termini, la riflessione di Levi-Strauss, si pone come monito ed interrogazione continua sulla possibilità di contribuire realmente ad un avanzamento della conoscenza, in ogni campo del sapere, in assenza di un chiarimento preliminare sul fondamento epistemico della ricerca e dei suoi metodi. 
   Il suo sforzo appare imprescindibile, nel campo degli studi sull’architettura della città, soprattutto con riferimento al tempo presente. La crisi della “finanza creativa”, per lo meno a partire dal 2007, ci ha restituito, in termini esponenzialmente crescenti, un ingente patrimonio immobiliare che, sub specie di edifici vacanti e luoghi dell’abbandono, si offre, una volta liberato dai condizionamenti che ne hanno definito le modalità di appartenenza ed identità civile, ad una sperimentazione in progress che presenta stringenti analogie con le circostanze descritte dal Padre dell’Antropologia moderna, per altro in tempi non sospetti.
   Infatti non si può negare come, soprattutto, il fenomeno della cosiddetta “industria culturale creativa”, nel suo articolato manifestarsi (Vai, 2017), emerga attraverso la rivendicazione, pur non sempre consapevole ed esplicitata, di spazi residuali e di “scarto”, promuovendone e garantendone un’immediata rigenerazione, soprattutto in assenza di una funzione di presidio che il persistere della crisi è soltanto destinata ad alimentare, con ricadute perverse sull’intera comunità (Anderson, 2012). A fronte degli indubbi vantaggi generati dalla promozione di iniziative dal basso, ovvero auto-organizzate- oramai riconosciuti anche dai grandi operatori della industria immobiliare, che ne evidenziano l’efficacia programmatica nell’innescare virtuosi processi di valorizzazione, non solo economica, che non risultano contemplati della “filiera” convenzionale degli operatori specializzati- si registra il persistere di resistenze, e il moltiplicarsi di fattori ostativi, alla diffusione di tali pratiche. A ben vedere- e qui si ravvisa il paradosso, solo apparente, del conflitto implicito nell’opposizione delle definizioni introdotte da Lévi-Strauss, che non a caso si profilano sull’orizzonte di una profonda revisione critica del concetto di Modernità- le cause tendono a chiarirsi, rivelandone la malcelata tendenziosità, nel momento in cui si comincia a riflettere sul fatto che il punto di vista dell’ingegnere, nei termini esplicitati in premessa, continui a prevalere su quello del bricoleur, a dispetto della sua conclamata incapacità a gestire la natura e gli effetti della crisi in corso. Infatti, la persistente validità del Piano, quale strumento a cui vengono delegati tanto il controllo quanto la gestione delle trasformazioni urbane e territoriali, è legittimata dalla disciplina della Tecnica Urbanistica, il cui fondamento epistemico, non a caso, è proprio quel pensiero “anticipante”, sotto forma di ipotesi matematiche sul comportamento dei futuri abitanti, che consente all’ingegnere stesso di speculare sul destino della città in assenza di alcuna evidenza euristica circa il suo possibile darsi, che le sole pratiche sperimentali tautologicamente garantiscono. Il ruolo del bricoleur viene in tal modo liquidato o, al più emarginato ad espressione “hobbistica”, a fatica comunque tollerata dalla “politica di mestiere” per ragioni di cinica opportunità e/o banale costruzione di consenso pre-elettorale. In tal modo si sottace la rimozione, psicologica ancorché materiale, di un contributo che, come ebbe a evidenziare lo stesso Lévi-Strauss, è in grado di gettare una luce inedita sul ruolo civile dell’architettura, ovvero sulla sua coessenziale abilità a farsi manifestazione esemplare, costruendo lo spazio della città, dell’incontro simbolico tra la comunità e la sua scena, mirabilmente espresso dal concetto della polis greca, in cui non è dato distinguere dove finisca il corpo sociale e dove cominci quello costruito. Una lezione insuperata di civiltà, questa, che abbiamo improvvidamente dimenticato e che la crisi dell’Iper-modernità, se compresa nelle sue intime ragioni, potrebbe contribuire a recuperare, liberandoci una volta per tutte dalla stanca retorica di una Post-modernità, intesa sia come fenomeno che come categoria storiografica, di cui si aspetta ancora messianicamente il concepimento e la nascita. 


Bibliografia 

Anderson Chris, Makers. Il ritorno dei produttori. Per una nuova rivoluzione industriale, Milano, Rizzoli, 2013 (ed. originale 2012)

Debord Guy, La società dello spettacolo, Baldini & Castoldi, Milano, 2014 (ed. originale 1967)

Fusaro Diego, Pensare altrimenti. Filosofia del dissenso, Einaudi, Torino, 2017

Heidegger Martin, La poesia di Holderlin, Adelphi, Milano 1988 (ed. originale, 1936)

Koolhaas Rem, Bigness or the Problem of the Large, in B. Mau, R. Koolhaas, a cura di, S,M,L,XL, Rotterdam, 1995, pp. 494-517

Lévi-Strauss Claude, Elogio dell’Antropologia, Torino, Einaudi, 2008 (ed. originale, 1960)

Lévi-Strauss Claude, Il pensiero selvaggio, Milano, Il Saggiatore, 1964 (ed. originale, 1962)

Vai Elena ( a cura di), Creatività, cultura, industria. Culture del progetto e innovazione di sistema in Emilia-Romagna, Roma, Luca Sossella Editore, 2017



Nicola Marzot è Professore Associato in Composizione Architettonica e Urbana presso il Dipartimento di Architettura, Università degli Studi di Ferrara. PhD in “Ingegneria Edilizia e Territoriale” presso la Facoltà di Ingegneria, Università degli Studi di Bologna (2001) e PhD in “Architectural and Urban Composition” presso la Faculty of Architecture and the Built Environment, TU Delft, The Netherlands (2014), dove è Visiting Professor presso la Chair of Public Building dal 2006. Sviluppa la propria attività di ricerca nel campo dei progetti complessi di trasformazione urbana. E’ vice-direttore delle rivista internazionale Paesaggio Urbano-Urban Design e co-fondatore dello studio di progettazione PERFORMA A+U.


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