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Angela D'Agostino

Le città dimenticate

Dalla città per la cura alla cura per la città

Temi, connessioni, reti e riferimenti per l’apertura, il recupero e il riuso (dal quaderno Memorie dal Bianchi di P. Zizzania, Laboratorio di Composizione Architettonica e Urbana 2, Arc5UE Unina, a.a. 2013/14) - ZOOM

Temi, connessioni, reti e riferimenti per l’apertura, il recupero e il riuso (dal quaderno Memorie dal Bianchi di P. Zizzania, Laboratorio di Composizione Architettonica e Urbana 2, Arc5UE Unina, a.a. 2013/14)

Abstact

Machines à soigner, gli ospedali psichiatrici costruiti in relazione a prescrizioni della medicina, secondo una rispondenza precisa tra funzione-forma e dismessi dopo circa cento anni, sono stati a lungo oggetto di una damnatio memoriae.

Il progetto aperto per la ri-immissione di queste città dimenticate nelle dinamiche urbane, passa per la possibilità di ipotizzare diversi interventi, dal minimo al massimo, rispondenti ad un disegno che tenga insieme storie e molteplicità di usi, di accessi, di spazi contemporanei. Tutto senza dimenticarne la storia e includendo nel progetto il tema della memoria.

Il testo e le immagini raccontano della fondazione e di una possibile reinterpretazione degli ex ospedali psichiatrici con particolare riferimento all’ex Leonardo Bianchi di Napoli oggetto di studio e sperimentazione progettuale anche in ambito didattico.


Testo

Tra gli elementi delle città contemporanee ricorrono, tra gli altri, gli scheletri di passati più o meno recenti; si tratta di aree dismesse e abbandonate a seguito di cambiamenti economici, politici, tecnologici e scientifici.

Tra queste, un caso particolare è costituito dagli ex ospedali psichiatrici, costruiti in tutta Europa per accogliere migliaia di persone, tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo, e dismessi sul finire del secolo scorso in relazione ad una repentina e sostanziale modifica delle teorie medico/scientifiche in materia di cura delle malattie mentali e alle conseguenti leggi che ne stabilirono la chiusura.

Machines à soigner, gli ospedali psichiatrici furono costruiti in relazione a specifiche prescrizioni della medicina di settore e secondo una rispondenza precisa tra funzione e forma; le architetture manicomiali furono concepite come strumenti per le cure psichiatriche, i loro spazi come rimedi morali per eccellenza.

In una sorta di determinismo ambientale, gli istituti per il ricovero e la cura degli alienati si adattarono alle patologie mentali prevalenti in ogni Stato, considerando contestualmente le diverse condizioni civili, sociali e climatiche.

Si tratta di vere e proprie cittadelle di fondazione autosufficienti dove i malati entravano, nella maggior parte dei casi, per non uscirne più, se non al termine della propria esistenza.

Impianti recintati, realizzati ai limiti della città, in aree quasi sempre verdi e non proprio prossime all’edificato, le città per la cura possono essere annoverate tra le ‘istituzioni’ in cui il carattere dell’architettura è precisa espressione di un valore sociale.

Gli ospedali presentano diverse tipologie di impianto: alcuni con padiglioni isolati sparsi nel verde; altri, la maggior parte, disegnati secondo tracciati simmetrici rispetto ad un asse principale, sul quale si dispongono in sequenza gli edifici collettivi (accoglienza, direzione, cucina, chiesa, ecc.), mentre i padiglioni di degenza sono concepiti come architetture seriali, intervallate da ampi spazi aperti, disposte sui due lati dell’asse e collegate da percorsi che si configurano come il principale elemento fondativo dell’impianto.

Se nelle città del nord-europa si sono adottate logiche/strategie di recupero per cui, sia pur lasciando tracce della memoria di una vita passata, gli ospedali sono stati completamente riadattati ad accogliere nuovi usi e abitanti, in Italia la gran parte delle città per la cura della mente, dismesse in applicazione della legge Basaglia n. 180 del 1978, versano in stato di totale o parziale abbandono.

Le nostre machines à soigner appaiono oggi, dopo circa 100 anni di intensa vita, quasi tutte città dimenticate.

L’architettura “di servizio” per la medicina è stata a lungo oggetto di una damnatio memoriae.

Su questo scenario, si innesta la riflessione su possibili ipotesi di ri-immissione nel ciclo urbano delle città dimenticate, città nelle quali coesistono due condizioni. Da un lato il tempo sembra essersi fermato come se la città fosse stata colpita da un evento catastrofico improvviso e dunque letti, macchinari, documenti, suppellettili restano ancora testimoni immobili della storia della città, dell’architettura, della medicina e della vita di uomini. Dall’altro, il tempo è trascorso inesorabile; il degrado e il decadimento degli edifici sono sempre più evidenti e il verde, uno degli elementi fondanti degli impianti per la cura, è divenuto l’elemento dominante dell’immagine della cittadella, un verde che per forma, natura e relazione con l’architettura richiama alla memoria il ‘terzo paesaggio’ di Gilles Clément, il verde dei luoghi abbandonati, dei paesaggi dove l’uomo si ritira per lasciare posto alla sola natura.

La dismissione, dunque, ha avuto tempi lunghi ma ad oggi appare ancor più lungo il tempo dell’abbandono.

Di fronte ad una eredità così complessa, è impossibile ed anacronistico in Italia, ora, oggi, pensare ad un recupero tout court. L’ipotesi per le città dimenticate assume come idea fondante quella koolhaasiana del ‘cambiamento’, in questo caso, cambiamento del punto di vista. Assumere le condizioni di realtà come punto di partenza di una ricerca vuol dire, per gli ex ospedali, lavorare per rendere attive le diverse memorie, confermando la permanenza dei principali elementi fondativi, ma smontando la logica di funzionamento unitario e gerarchico che ne aveva informato la costruzione.

Si rimanda, dunque, ad una nuova cultura in cui all’idea di parti urbane si sostituisce l’idea di un paesaggio fatto di molteplicità contemporanee.

Nella maggior parte dei casi, infatti, non si tratta di costruzioni connotate da particolari e significativi valori architettonici – cosa che si riscontra per altri impianti ospedalieri coevi come ad esempio per l’ospedale Santa Creu i San Pau a Barcellona di Lluìs Domènech i Montaner – quanto piuttosto di costruzioni il cui valore si sostanzia nella struttura dell’impianto e nella relazione tra gli elementi che lo strutturano. L’idea del passaggio dalla città per la cura alla cura per la città riguarda proprio la possibilità di riappropriarsi ora, quando il tempo della damnatio memoriae può forse considerarsi concluso, di luoghi che nel frattempo sono stati circondati e compresi dall’espansione della città contemporanea, e spesso raggiunti dalle reti infrastrutturali.

L’idea di un progetto aperto si riferisce, così, alla possibilità di ipotizzare molteplici e diversificati interventi, dal minimo al massimo, per i vari pezzi e parti della cittadella, interventi dilazionati nel tempo e che vedano contemporaneamente impegnati soggetti e capitali pubblici e privati per ri-immettere le città dimenticate nel ciclo urbano.

Il passaggio dalla city alla smart city può essere dunque individuato nella contemporanea presenza di molteplicità e variazione di interventi, usi, tempi, spazi, soggetti attori, ecc.

Interventi che siano capaci di decodificare il passato attraverso uno sguardo contemporaneo.

Lungi dall’ipotizzare la museificazione delle città per la cura, il progetto contemporaneo può e deve lavorare nel solco di una dialettica tra continuità e discontinuità recuperando gli elementi positivi di permanenza delle grandi aree - dalla struttura dell’impianto ai percorsi di distribuzione, dall’organizzazione degli spazi aperti, alle architetture - secondo un’idea di intervento fondata sulla necessità di una ri-composizione delle cittadelle manicomiali negli scenari urbani contemporanei.

Il nuovo progetto, piuttosto che lavorare sul simulacro della preesistenza o sul tentativo di adeguare tutto incondizionatamente ai nuovi standard di confort e vivibilità, può fondarsi sulla base di un ovo ruolo urbano e di risignificazione dell’architettura.

Il bagaglio di segni e significati di queste aree è quello che ha orientato il recupero e il riutilizzo di alcuni degli impianti, dove secondo una idea di continuità con i caratteri costruttivi e di uso dell’architettura si sono realizzate strutture abitative ancora in qualche modo destinate alla cura, per esempio degli anziani. Così facendo, se da un lato si è lavorato nella direzione del recupero evitando lo spreco e l’abbandono, dall’altro non si è riusciti a riscattare l’idea di reclusione che da sempre ha connotato la percezione delle città per la cura.

L’idea di cambiamento e il tema del cambiamento del punto di vista presuppongono un ribaltamento della percezione del luogo. Il passaggio dalla considerazione della città per la cura come luogo necessario ma estraneo al corpo della città alla considerazione della necessità della cura delle città abbandonate patrimonio ormai interno alla città, allude al simbolico passaggio dalla città del dolore alla città della gioia.

Senza assolutamente sostenere la necessità di una frattura fisica e di significato tra passato e futuro, il presente può essere il tempo della costruzione della complessità.

Un esempio dell’idea di progetto aperto si propone nello studio, sviluppato tra ricerca e didattica, sull’ex ospedale psichiatrico Leonardo Bianchi di Napoli. Costruito agli inizi del Novecento come macchina per la cura e dismesso circa cento anno dopo, il Bianchi è una cittadella in posizione sopraelevata e recintata di circa 150000 mq, con più di trenta padiglioni alternati a vaste aree verdi e connessi da un sistema di percorsi coperti. La cittadella è dismessa e abbandonata, ma ormai completamente interna al corpo della città a nord-est del Centro Storico e adiacente all’aeroporto di Capodichino.

Una delle occasioni che la città offre per la trasformazione contemporanea deriva dal potenziamento del sistema infrastrutturale. Nel caso specifico è in attuazione il completamento della linea 1 della metropolitana che a Napoli ha segnato il cambiamento non solo delle possibilità di intrecci tra reti di mobilità e parti della città, ma soprattutto ha costituito lo strumento per la reinterpretazione e la risoluzione di luoghi urbani attraverso il disegno delle stazioni.

L’idea di progetto aperto per il Bianchi si struttura, dunque, in relazione ad alcuni obiettivi fondamentali. Primo fra tutti, l’ipotesi di apertura del recinto e la previsione di un nuovo ingresso opposto a quello principale; un cambiamento che tende ad invertire non solo il punto di vista, ma anche il senso di percorrenza dell’intero complesso, un tempo rigidamente predeterminato.

Il nuovo ingresso, dal lato di Capodichino e delle nuove stazioni metropolitane, costituisce il principale elemento di connessione della cittadella con la città limitrofa e non solo.

Per quanto riguarda il patrimonio architettonico del Bianchi, il lavoro di conoscenza degli elementi che lo connotano ha orientato alcuni dei ragionamenti generali in merito alla possibilità di recupero, riutilizzo, trasformazione, aggiunta, demolizione.

Il principio ispiratore delle singole ipotesi è quello di una riappropriazione che veda compresenti diversi usi e diversi soggetti attori. Polo per la cultura, spazi di quartiere, aree produttive, contenitori flessibili, si prevedono compresenti per una ri-immissione del Bianchi nel quartiere, nella città e nel territorio.

L’intervento su architetture e spazi verdi, in linea con l’idea del molteplice e non unitario, può andare dalla sola messa in sicurezza di alcuni edifici, da utilizzare come spazi coperti ma aperti, al recupero di una condizione prossima a quella d’origine per gli elementi più significativi.

La modalità di attuazione di un progetto realizzabile per fasi e in tempi che vedano compresenti i primi recuperi e riusi con lavori in corso o parti ancora in attesa, si fonda sulla possibilità che i diversi soggetti responsabili della struttura, l’Azienda Sanitaria Locale (dipendente dalla Regione) che ne è proprietaria e il Comune in cui il Bianchi ricade, interagiscano sinergicamente ipotizzando il coinvolgimento anche di altri soggetti pubblici e privati.

Cambiamento del punto di vista, progetto aperto, città della gioia, idea del molteplice, sono tutti temi che potrebbero far presupporre l’affermazione di una volontà di oblio, l’aspirazione alla cancellazione di cento anni di storia non solo dell’architettura e della città, ma della medicina e degli uomini. Non è così. Ancora una volta secondo una logica di inversione dello sguardo, il progetto prevede la costruzione di un padiglione della memoria che si configura come elemento di accoglienza dal lato del nuovo ingresso. Alla nuova architettura, alter ego dell’edificio storico di ingresso e di accoglienza dalla Calata Capodichino è affidato il ruolo di voce narrante di una storia complessa.


Bibliografia

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Biografia:

Angela D’Agostino è Ricercatore SSD ICAR/14 presso il Dipartimento di Architettura dell’Università degli Studi di Napoli “Federico II”.

Ha partecipato a diversi progetti di ricerca e a numerosi convegni di rilevanza nazionale e internazionale nonché a svariati studi di ricerca applicata. E’ autrice di diverse pubblicazioni di rilevanza nazionale e internazionale dalle quali si evincono i prevalenti interessi tematici concernenti le dinamiche di trasformazione della città e del paesaggio contemporanei, l’architettura del Moderno, le relazioni disciplinari per la costruzione di un progetto sostenibile.

Immagini da un ex manicomio: spazi aperti e giardini invasi dalla vegetazione, luci e ombre nei percorsi coperti, chiesa e padiglioni segnati dal tempo dell’abbandono - ZOOM

Immagini da un ex manicomio: spazi aperti e giardini invasi dalla vegetazione, luci e ombre nei percorsi coperti, chiesa e padiglioni segnati dal tempo dell’abbandono