Guido Canella al Festival dell'Architettura 2/2005
Sono trascorse un paio di settimane dalla scomparsa di Guido
Canella, maestro dell’architettura italiana e, vorrei ricordarlo in questo
spazio, amico del Festival Architettura. Il dolore che ne è derivato, tra i
molti suoi allievi e coloro che ne apprezzano le doti umane, scientifiche ed
artistiche, risulta però già compensato dal lascito del suo lavoro,
faticosamente costruito attraverso un’attività incessante e paziente, dove risulta
difficile separare didattica, ricerca, professione, nell’intreccio virtuoso tra
il disegno del progetto e lo scritto teorico. Un combinato strumentale, di
conoscenza ed interpretazione, che ha da sempre denotato il valore critico dell’architettura
canelliana, quella rimasta sulla carta e quella autenticamente tradotta nelle
opere realizzate. Il lascito morale di Guido Canella, limitandoci
all’architettura, sarà sempre quello di una ricerca onesta e intelligente sulla
verità delle cose, dei fenomeni, dei comportamenti che alimentano la necessità
dell’architettura, in particolare di quella architettura che vuole farsi città.
Al prossimo Festival avrebbe dovuto partecipare con una conferenza, da tenersi
nel teatro della Fondazione San Carlo a Modena, uno spazio che, sono sicuro,
avrebbe apprezzato per come è inserito nel complesso architettonico del
collegio a sua volta parte monumentale del nucleo storico della città. In
quella occasione, pur senza di lui, sarà comunque presente la sua poetica e la
sua ragione del fare architettura. Come succede per ogni grande personalità,
Guido Canella rimane con noi attraverso la propria opera, costruita nell’arco
di una vita e secondo forme diverse sino a configurarne l’originale profilo. Ricordo
in tal senso una sua citazione dell’Artefice
di Jorge Luis Borges, durante una conferenza tenuta nel 1998 a Piacenza dal titolo Castelli d’Italia, attraverso cui
Canella sottolineava la responsabilità morale dell’essere autenticamente se
stessi pur nel variare delle espressioni scelte. Un uomo si propone di disegnare il mondo. Trascorrendo gli anni, popola
uno spazio con immagini di province, di regni, di montagne, di baie, di navi,
di isole, di pesci, di strumenti, di astri, di cavalli e di persone. Poco prima
di morire si accorge che quel paziente labirinto di linee traccia l’immagine
del suo volto.