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23/08/2017
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ECOTOWN. MARCELLO D'OLIVO E LE IMMAGINI DI UN'ALTRA CITTÀ POSSIBILE.

 
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Marcello D’Olivo nasce a Udine nel 1921. Dopo i cinque corsi elementari inizia a lavorare come garzone in un negozio di generi alimentari e vi rimane sino ai diciotto anni. Durante questo periodo incontra un capomastro, nipote dell’architetto D’Aronco e avvia un fruttuoso rapporto di amicizia; lunghe ore di conversazione sulle tecniche costruttive, sui materiali, i primi contatti con il mondo dell’architettura. Lascia il negozio per il cantiere. Due anni dopo, recuperati gli anni scolastici, è iscritto alla Facoltà di Architettura di Venezia e si impegna in studi di matematica e fisica, considerando queste due discipline, unitamente al disegno, gli indispensabili sostegni per il progettare. Dopo la laurea trascorre un periodo nei cantieri. Quindi si dedica alla professione.

Nel 1966 organizza uno studio con tecnici ed esperti, tutti validi collaboratori che gli consentono di seguire costantemente la realizzazione dei progetti. Una sezione staccata dello studio opera in Africa.[1]

 

Mi piace utilizzare questa breve nota biografica che compare all’inizio del volume Discorso per un’altra architettura (pubblicato a cura dello stesso D’Olivo nel 1972) per presentare l’autore di un’altra città possibile raffigurata in questa mostra.

Marcello D’Olivo ha sempre volto i suoi interessi ad argomenti complementari all’architettura. Da autodidatta ha studiato la matematica, la geometria e si è appassionato ai progressi delle teorie scientifiche con particolare attenzione alle potenzialità che queste potessero ristabilire quella “armonia dell’equilibrio primario” che – a suo dire – avevano caratterizzato le civiltà prima dell’era industriale.

L’importanza e il valore della sua ricerca che fu in solitario, rispetto al panorama dell’architettura italiana del Novecento, si evidenziano in quello che è forse l’aspetto più profetico della sua poetica architettonica.

Marcello D’Olivo riferendosi alle opere di Wright e Le Corbusier - i maestri da lui stesso riconosciuti - scrive: “Essi videro ed operarono nell’era industriale e produssero le loro opere in tale periodo prima che apparisse all’orizzonte il grande shock”; riferendosi alla piena presa di coscienza già negli anni ’60 da parte della comunità internazionale dei problemi ambientali sopraggiunti con l’inquinamento industriale.

 
 L’urgenza di intervenire attraverso l’architettura viene teorizzata nel volume “Ecotown-Ecoway”, stampato nel 1986, anch’esso a proprie spese. In questo volume Marcello D’Olivo, insieme a Piero Mainardis de Campo, riprende e sviluppa quanto anticipato nelle sue ricerche fatte a partire dalla metà degli anni ‘60.

 

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“I disegni che illustrano a grandi linee Ecotown sono il frutto di anni di pensiero e dell’insegnamento ricevuto dal mondo naturale, acquisito nei quindici anni di costanti viaggi in Europa e in Africa”. [2]
 
 
 
 
 
 

 

La sua idea di città guarda anche alle teorie ecologiche che in quegli anni cominciano a svilupparsi:

 

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“L’idea […] si fonda sulle precedenti considerazioni a proposito del ciclo animale e vegetale esistente in natura. Cosi come nel vegetale –dalle radici, al tronco, alla foglia- vi sono, in grandi canalizzazioni, le arterie di trasporto per gli elementi vitali, parimenti la cellula abitativa sarà collegata al nucleo centrale e agli altri insieme di cellule mediante arterie terziarie, secondarie e primarie capaci di trasportare uomini e cose in modo analogo a quello della fisiologia vegetale. E come nella logica del processo di crescita di un albero la posizione e la disposizione delle foglie è in funzione della famiglia a cui l’albero stesso appartiene ed alle condizioni esterne che ne condizionano l’esistenza, così la disposizione delle cellule abitative dovrà essere tale da beneficiare, nel minor spazio possibile, della maggior quantità di contatto naturale.”[3]

 

 
 

Questa “utopia ragionata” – come recita il sottotitolo – viene declinata nell’ipotesi di costruire una città nel territorio tra Padova Mestre e Treviso, prendendo in considerazione una superficie di 360 km2  su cui insediare una città per un milione di abitanti. Un anello chiuso di sezione triangolare con un diametro di 3 km.

 

 

Così la descrive D’Olivo:
 

“Ecotown ha, come l’albero, un tronco dove scorrono i trasporti e, similmente ad esso, sui rami si attaccano le foglie; qui le foglie sono le case.

Queste case sono i Gradienti.

[…]

Non viene tolto terreno al bosco. Man mano che ci si alza gli alloggi sono più grandi.

Dall’altra parte del bosco ci sono la strada e il parcheggio.

Nel baricentro ci sono i servizi comuni di quella comunità.

È la piazza, il punto di incontro degli uomini.

Similmente ad un organismo vegetale che, senza rinunciare alle peculiari caratteristiche della sua specie, si adatta, si adegua a quel determinato clima o situazione naturale dove nasce, ogni gradiente si adatta a una determinata situazione naturale dove sorge. È un insediamento primordiale che ci viene direttamente dalla natura.

Un tronco più alcune decine di gradienti possono essere l’habitat normale dell’equivalente di una città di 1 milione di abitanti.”[4]

                              

Nella mostra vengono esposti grandi disegni di studio e materiali che illustrano questa ipotesi. Sono documenti in parte inediti che provengono dal suo archivio ora custodito presso Galleria d’Arte Moderna di Udine.

 

Non sappiamo se questa di Marcello D’Olivo sia una delle città da archiviare tra quelle improbabili. Ma, vista ora che la profezia delle grandi ed estese megalopoli disarmoniche e inumane sembra essersi compiuta, cresce il dubbio che la sua ipotesi faccia piuttosto parte di una di quelle occasioni mancate sulle quali riflettere oggi, che invece di contemplare il paesaggio affacciati dalla sua città, guardiamo la realtà terrificante di quei muri abitati dei conglomerati nelle città asiatiche.



[1]Marcello D’Olivo, Discorso per un’altra architettura, Udine, Casamassima, 1972

[2]M. D’Olivo, P. Mainardis de Campo, Ecotown-Ecoway, Milano, Rusconi, 1986

[3]M. D’Olivo, Discorso per un’altra architettura, op. cit., p. 51

[4]Ibidem, p. 20.

 

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